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A che serve un Dio bambino?

Angelo Scola ilsussidiario.net

12/23/2010

Che bisogno abbiamo oggi, nel 2010, di un Dio bambino? In che senso è capace di darci un futuro perché possiamo guardare in avanti pieni di una speranza che Benedetto XVI ha definito “affidabile”?

L’annuncio del Natale quest’anno ci trova accorati e sgomenti di fronte ai numerosi segnali di malessere del corpo sociale cui apparteniamo. Durante la loro dolorosa ed estrema protesta, gli operai della Vinyls mi hanno detto: «Per noi il Natale non esiste se non esiste un futuro di lavoro», e si può ben capire questo loro dubbio angoscioso.

E cosa pensare dei giovani che, spesso ingannati circa la natura del desiderio che apre l’uomo alla realtà piena, si ritrovano senza ideali da difendere e senza prospettiva per il futuro? Da questo vuoto noi adulti non possiamo certo chiamarci fuori, spesso complici di una società che l’allarmante ultimo Rapporto Censis definisce “fragile, cinica, passivamente adattativa, condannata al presente”.

Paradossalmente è proprio qui che si incarna il Natale: Dio non ha avuto paura di “impastarsi” con le contraddizioni proprie della condizione umana. Diventando a noi familiare, più intimo a noi di noi stessi - come dice il grande Agostino -, ci sostiene nella dignità dei nostri affetti, del nostro lavoro e del nostro riposo. Ma la modalità con cui il Figlio di Dio viene a salvarci non è un rito magico, un meccanismo estrinseco e a noi estraneo: l’evento del Natale mette in moto la libertà degli uomini e quindi la loro responsabilità.

Perciò, tanto più in un momento di grave travaglio - non solo economico e politico - come quello che stiamo attraversando, il Natale ci urge a un risveglio, a un soprassalto di densità umana, che consiste nel “vivere relazioni buone come strada per costruire pratiche virtuose”.
Da dove cominciare? Dalle relazioni elementari e costitutive: i papà e le mamme offrano ai figli un senso chiaro della vita, una direzione di cammino. E che la scuola e tutte le altre agenzie educative facciano altrettanto. Nel mondo del lavoro e dell’economia il primato dell’uomo e della sua dignità si documenti dentro la quotidiana concretezza della vita relazionale. Questo domanda un equo profitto, che per la maggior parte dovrà essere reinvestito nell’impresa al cui utile, a vari gradi, possano partecipare tutti i dipendenti. La finanza dovrà tornare alla sua funzione originaria: assicurare futuro alla economia reale.

Servono politiche familiari efficaci e politiche immigratorie realistiche, ma magnanime, impegno serio per sconfiggere la miseria nel mondo e favorire la pace, difesa dell’effettiva libertà religiosa contro esecrande persecuzioni. E si potrebbe continuare l’elenco.

Sono segnali che urgono un’inversione di marcia - in termini cristiani si chiama conversione - per cui l’altro non sia vissuto come un potenziale nemico o come uno da cui difendersi e isolarsi, ma piuttosto come una risorsa, una grande occasione di maturazione e di crescita.

Il mistero del Natale ci dice che Dio, l’Altro per eccellenza, ha lasciato alle spalle la sua gloria per farsi racchiudere nell’umanità tenera e fragile di un bambino. «Perché la debolezza divenisse forte la fortezza si è fatta debole» (Agostino).

Per amore dell’uomo, Dio scende dal cielo e viene sulla terra. Nella sua vita in mezzo a noi, nelle relazioni buone e nelle pratiche virtuose instaurate con i suoi amici, Gesù ci ha mostrato il tipo di uomo da lui proposto. Un uomo capace di gratuità, uno cioè che ama per primo, senza pretendere nulla in cambio, che si commuove profondamente davanti al bisogno altrui - pensiamo alle guarigioni da Lui operate -, un uomo che, di fronte al nostro radicale bisogno di salvezza, dà la sua vita in croce per noi.
Dal Santo Natale ci arriva la pro-vocazione a non vivere più come se Dio non ci fosse familiare. Prendiamola sul serio, come fece Maria, come fece Giuseppe. In lui si vede bene quale sia la statura di un uomo che vive con Dio. Il modo misterioso e inaudito del concepimento di un figlio da parte della donna destinata a essere la sua sposa non diventa, per Giuseppe, un’obiezione ad amare, ma un’occasione per amare più profondamente.

Come ha detto domenica scorsa all’Angelus papa Benedetto, «in lui si profila l’uomo nuovo, che guarda con fiducia e coraggio al futuro, non segue il proprio progetto, ma si affida totalmente all’infinita misericordia di Colui che… apre il tempo della salvezza». Buon Natale.

Da www.ilsussidiario.net (24 dicembre 2010)

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